VivereMilano non deve arrendersi alla fine della cultura civica
Mi è capitato fra le mani un libro dedicato a Milano da un giornalista inglese, John Foot, che insegna storia contemporanea all'University College di Londra e dimostra di conoscere abbastanza bene la nostra città. Il libro è intitolato «Milano dopo il miracolo. Biografia di una città» e il ritratto, pur con il riconoscimento del grande ruolo avuto da Milano nel Dopoguerra, è abbastanza spietato. Mi ha colpito in particolare questo passaggio che trascrivo: l'individualismo rampante della metropoli moderna ha schiacciato ogni forma di cultura civica collettiva in grado di organizzare la società in modo razionale. Un nuovo tipo di familismo settentrionale nasce a Milano durante il boom senza alcun rapporto significativo, a livello locale o nazionale, con le forme positive del senso comunitario o civico. Questa è la cultura che trionfa negli anni Ottanta e il risultato è la Tangentopoli della Milano da bere. I meccanismi e l'economia della Milano odierna cospirano contro un possibile cambiamento radicale della situazione. La città non si ferma mai, né può farlo se vuole sopravvivere. Nonostante gli ingorghi siano all'ordine del giorno, si rinuncia raramente all'uso della macchina, scrive Foot. Se mai Milano ha avuto una cultura civica, l'ha sicuramente perduta... Alegher. Che ne dice?
Donatella Trabucchi
Si dica e si scriva quel che si vuole, Milano è e resta una città- avanguardia dei cambiamenti nel nostro Paese. Crisi, declino, miracolo, perdita di identità, egoismi, solidarietà, razzismi, volgarità e civismo, interpretano momenti precisi in linea con l'andamento generale di una società che si interroga più sul presente che sul futuro. L'inglese John Foot ha registrato uno stato d'animo sempre più diffuso a Milano: l'insofferenza per i tempi, la nevrosi della fretta, la scarsa partecipazione ai temi di pubblico interesse. Tutto vero, ma non sono d'accordo con la sua analisi così tranchant. Il senso civico appare declinante, ma io ho continuamente, dai lettori di questa rubrica, la dimostrazione che è vivo, che non è affatto scomparso e che Milano, con le sue contraddizioni e la sua complessità, è ancora uno straordinario laboratorio per la rivoluzione del buon cittadino. Le tante lamentele che spesso pubblichiamo in questa rubrica del Corriere sono un appello esplicito a creare un club del senso civico, una rete di cittadini più attenti e sensibili a quella che oggi chiamiamo vivibilità, che si potrebbe semplificare anche nella buona educazione. E come direbbe ancora il nostro amico Emilio Tadini, ogni volta che critichiamo Milano non intendiamo il Comune, e chi lo governa, ma la nostra città, il luogo dove viviamo. La politica, comunque, dovrebbe fare tesoro di queste indicazioni e non prenderle sempre come un'accusa. Purtroppo o per fortuna il senso civico non ha gran voce per farsi sentire, non è uno spot che si può mercanteggiare e neanche un business che rende, si nutre della buona volontà delle persone e della fatica di pochi entusiasti con il cuore da illuministi. Quando da queste pagine è nato il movimento dei trenta- quarantenni che avevano preso il senso civico come modello da rilanciare ho pensato che si poteva riempire finalmente quel vuoto tra generazioni che causa egoismi e chiusure. Purtroppo si deve remare a lungo e controcorrente per difendere certe buone idee. Ma lo spazio, per fortuna, c'è ancora. Dire che il senso civico è morto è un luogo comune, cara Donatella. Alegher, c'è da tirarsi su le maniche. di Giangiacomo Schiavi
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