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Una spallata a chi non ci lascia spazio
Di Roberta Folatti ( 02/05/2006 @ 16:02:04, in Interviste, letto 747 volte)

INTERVISTA A UMBERTO ANGELINI

“La caratteristica dei giovani milanesi è di essere un po’ nascosti, di produrre qualità senza essere troppo visibili. Del resto la parte più bella di Milano è proprio quella meno visibile. Ma per quanto tempo ancora la politica pensa di tener fuori dalla porta due generazioni?”
Questo si chiede Umberto Angelini, trentasettenne organizzatore di Uovo, una delle manifestazioni più all’avanguardia di Milano. Secondo lui è avvenuta, nei fatti, una vera e propria esclusione, portata avanti da una generazione ai danni delle successive, in un paese che è l’Italia ma anche in una città come Milano, incapace di valorizzare le potenzialità dei suoi giovani
.

Come nasce Uovo?
A fine 2002, con altre persone fuoriuscite dal CRT, fondiamo una struttura che si chiama Med, un network culturale che ha base in Italia ma ha antenne all’estero, da Londra a Parigi a Bruxelles. Abbiamo deciso di lavorare sulla contemporaneità con un approccio unitario superando le divisioni di generi e formati espressivi. Oggi molte strutture teatrali italiane hanno, secondo me, il difetto di essere strettamente monotematiche, mentre all’estero si è andati in tutt’altra direzione. Uovo è il nostro progetto più importante, la sua caratteristica principale è di lavorare sullo spettacolo contemporaneo, quindi sulle nuove forme del teatro, della danza e soprattutto della performance, portandole fuori dai luoghi tradizionali di rappresentazione. Negli spazi del design, dell’arte, della moda, incrociando altre progettualità e altri immaginari. Il Festival Uovo è molto seguito da pubblico e critica, in alcune edizioni è stato sold out già dal primo giorno, con punte di 5000 spettatori.

Teatri che non fanno ricerca quelli milanesi?
In molti teatri milanesi c’è scarsa attenzione agli artisti e ai performer contemporanei. Questo è dovuto sia ad una precisa volontà artistica (che non condivido ma che chiaramente rispetto) e sia al fatto che negli ultimi decenni non è nata nessuna nuova struttura teatrale a Milano, se si esclude il Teatro della Cooperativa, che fa un lavoro eccezionale ma con mezzi molto scarsi. E’ anche una questione anagrafica. Se all’estero chi dirige spazi per la creazione contemporanea ha molto spesso meno di 40 probabilmente preferirà lavorare con i suoi coetanei, con cui condivide gusti e affinità, un certo interesse per il contemporaneo e il futuro. Fare ricerca significa sperimentare, viaggiare, avere degli interlocutori soprattutto all’estero, rischiare, assumersi delle responsabilità. A me sembra paradossale che Milano sia la città delle case editrici e non sia nato qui il festival della letteratura, sia la città della case discografiche e non vi sia un grande festival di musica, sia la città dei teatri, alcuni dei quali tra i più finanziati d’Italia, e non vi sia un vero festival di teatro importante come il Festival d’Automne o il Kunstenfestivaldesarts.
Io credo che il vero problema di Milano sia che questa città, negli ultimi quindici anni, sia a destra che a sinistra, ha registrato troppo spesso uno scarso interesse della politica nel considerare la cultura lo strumento privilegiato per la crescita sociale ed economica della città. La politica ha il compito di fare comunità, di far convergere le individualità in un progetto comune, di trasmettere felicità condivise. Questo a Milano è mancato fortemente.

Milano è una città che non dà spazio ai giovani, alla loro creatività?
E’ così, con qualche eccezione (mi viene in mente la Fondazione Trussardi).
Ma è l’Italia in generale a non dare spazio ai giovani. C’è un’intera generazione, quella dei trentenni a cui si chiede solo di diventare vecchi facendo gli spettatori del mondo che li circonda. Credo che la nostra generazione sia stata anche troppo accondiscendente, troppo paziente, troppo pudica. Una generazione molto responsabile che però ora ha la necessità impellente di trovare spazi per potersi esprimere. Altrimenti rischia di essere solo una generazione cuscinetto. E’ forse arrivato il momento di “uccidere” i nostri padri, scrollandoci di dosso il complesso edipico di mitizzazione della generazione degli anni ’70, che da giovane ha vissuto sicuramente un periodo fantastico, che ha contribuito a sradicare un tipo di società non più sostenibile, ma che ci ha lasciato un debito pubblico raddoppiato e una frustrante difficoltà di progettare il futuro. Ma l’errore è stato nostro, che disgustati da certi comportamenti o troppo ottimisti nei confronti di altri, abbiamo deciso di non fare lobby... e questo lo scontiamo pesantemente.



Com’è la generazione dei trenta-quarantenni?
E’ una generazione che per la prima volta non ha avuto maestri. Molti cinquantenni-sessantenni non si sono presi nemmeno la briga di fare i maestri, hanno dato per scontato – forse perchè si ritengono eternamente giovani! – che alle nuove generazioni sarebbe bastato fare da spettatori. Io credo che i trentenni siano molto più responsabili di quanto lo fossero loro alla stessa età. Il loro difetto è quello di voler fare contemporaneamente i genitori e i figli...Non voglio dire che un trentenne a priori è necessariamente migliore di un cinquantenne, sarebbe ovviamente sciocco affermarlo. E’ innegabile però che quando si è più giovani si abbia maggior voglia di rischiare, sperimentare, innovare. L’età per questo conta, eccome! Ed un paese fermo come l’Italia, puo’ ancora permettersi il lusso di sprecare talenti e potenzialità senza calcolare il rischio di impoverimento economico e frustrazione sociale che ne deriva? Blair e Zapatero sono arrivati al potere alla soglia dei quarant’anni e non mi sembra che Gran Bretagna e Spagna siano andate a rotoli. La nostra è la prima generazione veramente europea, portata naturalmente al lavoro in rete, con più titoli accademici e, per la prima volta, con prospettive di futuro più incerte della generazione che l’ha preceduta. Ci sono pochi campi in cui le cose vadano meglio, i trentenni che fanno politica incontrano le stesse difficoltà degli imprenditori trentenni. E’ ridiventata una società classista, il figlio del farmacista fa il farmacista, il figlio dell’avvocato fa l’avvocato.

Ma al di là delle divisioni per ceto, i giovani di Milano dove sono?
Ci sono nelle iniziative, nelle cose che si fanno (spesso le migliori), ma il problema è che non condividono il potere, restano eccellenze individuali, separate. In questo senso il sistema italiano è un sistema veramente omertoso, non nell’accezione criminale del termine, ma perchè vive spesso di ricatti. Quindi per i giovani che stanno dentro società e strutture è difficile essere portatori di altre idee e di altri valori e far sì che queste idee e questi valori diventino potere. Ci si scontra con un sistema di clan più che di lobby (la lobby può avere accezioni positive), che si sposta da una parte politica all’altra a seconda delle convenienze, con incredibile trasformismo.
La gavetta per un giovane dovrebbe essere intesa come formazione, non come puro utilizzo di forza lavoro, perchè altrimenti non si costruisce nulla. Oggi tutti i giovani hanno dei curricula bellissimi, con stage in tante aziende, ma che alla fine risultano tutti uguali e tutti inutili... ormai quello che conta di più in un curriculum è il cognome. Prendi le iniziative che avvengono a Milano, non solo Uovo, ma il Milano Film Festival, Sentieri Selvaggi, lo Spazio Lima, tutte strutture create da giovani che sono finanziate pochissimo malgrado facciano un lavoro sul territorio molto forte con collegamenti internazionali di prim’ordine. Io penso che le sovvenzioni pubbliche debbano essere a termine, che il denaro pubblico vada redistribuito. Perche’ è pubblico, di tutti.

Cosa serve fare in una situazione così?
Bisogna puntare sulle pari opportunità, sull’innovazione del mercato, sull’eccellenze trainanti, sulle progettualità condivise. Penso che l’unica scelta sia sedersi al tavolo delle decisioni, farsi largo, in ogni modo, dare inizio ad un “patto generazionale”. C’è un’esclusione enorme, anche perchè non esiste una vera progettualità per il futuro. Non si sente mai un politico che ti dica qual è lo scenario che sta disegnando da qui a dieci, quindici anni...Ci sono personalità politiche che si sforzano di andare nelle giusta direzione, ma sono ostacolate, rallentate.
Milano dovrebbe puntare sulla cultura, essere traino di un nuovo pensiero, ricominciando a disegnare scenari che siano vincenti per l’Italia, oltre che per la realtà cittadina.
Forse Milano ha bisogno di un atto d’umiltà, di riconoscere che forse nel campo culturale “abbiamo perso vent’anni”. Ma questo non è imputabile ad una forza politica in particolare, ma ad una intera classe dirigente, chiusa in se stessa, incapace di produrre interlocutori all’altezza dei cambiamenti del mondo. E poi si deve cominciare a lavorare su una connettività diffusa della città, mettendo in rete le individualità. Milano ha la necessità di lavorare di più in rete e di diminuire il potere della rendita.

E nel tuo settore?
Milano è una città vecchia nel mio settore. Io partirei individuando delle eccellenze che hanno trenta, quarant’anni massimo e gli affiderei la direzione di strutture culturali importanti, anche con un tutoraggio e dei vincoli molto seri. Strutture importanti, non le periferie dell’impero. E’ in questo modo che crei dinamismo. Bisogna segnare una frattura, creare una discontinuità, anche simbolica. Oggi c’è un forte immobilismo culturale. La nostra generazione ha lasciato tutto nelle mani di altri, è ora che si riprenda responsabilità e potere.

 
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