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Di Roberta Folatti ( 13/12/2005 @ 16:13:23, in Interviste, letto 1296 volte)

E’ una donna combattiva e dolce, vive a Milano da oltre trent’anni, da quando, ragazzina, ha dovuto lasciare il suo paese d’origine, l’Eritrea: Ainom Maricos ha lavorato molti anni all’Ufficio stranieri di Milano come assistente sociale, è stata consigliere comunale e dirige una cooperativa sociale di servizi, che dà sostegno agli immigrati e alle persone bisognose.

Come sta Milano, la trovi molto cambiata dai tempi in cui sei giunta qui dall’Eritrea?
Milano è cambiata molto.
Dal punto di vista economico e della sua composizione sociale, la Milano che ho conosciuto io trent’anni fa e la Milano di oggi sono diversissime. Lo vedo dal mio osservatorio di cittadina che ha adottato questa città.
Ho un ricordo vivo della città che mi ha accolto allora. Poteva sembrare chiusa per certi versi, ma era semplicemente discreta, era una città operosa, di qualità, che dava opportunità di lavoro a tutti. Non era come la vediamo oggi, resa buffona da alcuni atteggiamenti politici. Era una città che aveva il suo stile, che offriva una possibilità di inserimento diversa da quella attuale.
Oggi Milano è trasformata dai nuovi arrivi, come tutte le più grandi città europee. Trasforma chi arriva, che viene a sua volta trasformato.
Lo vedi nelle vie, nelle attività, negli esercizi, nella presenza nelle scuole. Lo vedi in certe zone dove il rapporto tra popolazione natia e nuovi arrivati è squilibrato in favore di questi ultimi. In alcuni punti della città questo si avverte in modo critico, con tensione alta, in altri è assolutamente invisibile.
Di conseguenza la domanda di servizi cambia totalmente perchè ci sono nuovi bisogni di cui tener conto.
Milano è anche una città che invecchia molto, con più anziani e anche da questo punto di vista si affermano nuove domande.
L’invecchiamento della popolazione locale va di pari passo con l’aumento di nascite fra i nuovi cittadini immigrati, che quasi sempre sono giovani e si creano una famiglia qua. La città si rinnova anche grazie all’immigrazione.

Questi arrivi darranno un contributo al cambiamento, cambieranno Milano in meglio?
Vedo una situazione molto critica, da dieci anni non si fanno politiche attive di integrazione, rivolte ai cittadini stranieri che vivono e lavorano in questa città.
Io ho fatto le prime esperienze nei centri di accoglienza come assistente sociale, agli inizi degli anni ’90 ho assistito alla nascita e alla gestione dei centri di accoglienza. L’arrivo della Lega ha coinciso con il loro smantellamento. La città stava già cominciando a chiudersi, a ripiegarsi su se stessa. I nuovi arrivi sono stati guardati con diffidenza proprio perchè c’è stata una politica di demonizzazione di questa presenza, che non ha certo favorito lo scambio.
Non possiamo dire che a Milano ci sia integrazione, ci sia un interscambio culturale che favorisca la relazione, il dialogo tra culture. Non c’è.
Io penso che non sia perchè i tempi non sono maturi ma perchè c’è stata una precisa scelta politica. Anche la legge Bossi-Fini sull’immigrazione rispecchia la politica di chiusura, e finisce per minare l’integrazione e favorire la clandestinità.
Se tu vai in alcune scuole la composizione mista delle classi è la fotografia di ciò che sarà il futuro, da cui non si può prescindere. Serve un cambio di rotta totale.

Al di là delle scelte politiche, non avverti nella società civile un principio di accoglienza, di scambio?
C’è ma per volontà dei singoli, di realtà molto limitate.
L’evidenza è quella di una ghettizzazione, di una guerra tra poveri: le case sono poche, già hai difficoltà se sei italiano figuriamoci per uno straniero. Per forza di cose si creano addensamenti e ghetti. I cittadini italiani mollano certe zone perchè le vedono deprezzarsi, dequalificarsi e man mano diventano dei ghetti reali, fonte di tensioni.
Le iniziative esistenti sono volontà dei singoli o di qualche associazione, politicamente Milano non ha fatto nulla per questo problema. Bisogna disinnescare ciò che è stato costruito in questi anni, che rende l’altro una minaccia. C’è una paura indotta nell’immaginario, che crea diffidenza.
Mentirei se dicessi il contrario. Io vivo tutti i giorni con questa pelle, ci cammino, e lo sento. Si incontrano molte difficoltà quotidianamente. Rispetto al lavoro, alla casa...
La carenza di servizi e di risorse crea conflitto sul territorio. Se poi politicamente su questo si soffia...
Le persone immigrate arrivano qui e hanno il diritto e il dovere di apprendere la lingua, di capire la cultura, di cercare strumenti di integrazione ma da soli è praticamente impossibile.
Avrebbero anche diritto a un lavoro tutelato, alla possibilità di vivere dignitosamente, cercando, perchè no?, di realizzare i propri sogni: questo non è un di più, è il minimo necessario a una persona per sentirsi cittadino. E’ importante per un immigrato condividere le sorti della città in cui vive, farne parte nel bene e nel male. Se questi strumenti vengono negati, non bastano due o tre feste interculturali a rendere la città dignitosamente vivibile. Servono solo a tacitare le nostre coscienze. Ci vuole un cambio di rotta, che non crei disparità, discrimine. L’iniziativa non può essere lasciata al singolo, ci vuole una precisa strategia politica.

Se dovessi raccontare Milano a un amico che non la conosce, cosa gli diresti?
Gli direi che è una città che amo, che non potrei vivere altrove. Quando sono fuori mi manca Milano.
Io vengo da una piccola cittadina africana e quando sono arrivata qua mi sembravano tutti pazzi. Correvano. La prima volta che sono uscita dal metrò di San Babila mi sono sentita mancare. Ma in questa frenesia mi sono formata, sono diventata adulta e ho imparato ad amarla: è una città che mi appartiene con tutti i suoi difetti. Giuro non riuscirei a stare altrove, se sono fuori per lavoro non vedo l’ora di tornarci. Quando sono all’estero parlo di Milano come se fosse casa mia. Io per il percorso che ho scelto, scolastico e poi di lavoro nel sociale, ho incontrato solo persone affini alla mia sensibilità, che mi hanno evitato lo stress di conoscere altri tipi di realtà.
Comunque se dovessi descrivere Milano, lo farei con molta preoccupazione. Sono preoccupata per i miei figli. Tu sali sul tram, sul metrò e cogli la paura delle persone, senti la tua differenza. La gente vede in te lo straniero. Poi succedono anche fatti violenti con protagonisti immigrati, che minano ulteriormente il lavoro delle persone che puntano all’integrazione.
Milano è una città che ha le sue grettezze, che a volte la rendono ostile, però al di là della superficie, i rapporti con le persone sono quelli che rimangono. In generale i milanesi sono persone affidabili, non sono freddi dal punto di vista umano.
Anche tra le nuove generazioni riscontri diffidenza verso lo straniero?
I bambini all’inizio non notano la differenza, ma poi assorbono un certo clima in famiglia e dai media. Alcuni lo subiranno, altri no perchè avranno avuto la fortuna di fare incontri significativi, reali, di amicizia, che superano le barriere della provenienza.
Però non si può chiudere gli occhi, io sono una mamma e so quello che passano i miei figli. Vedo una Milano chiusa, piegata, paurosa.

Quali sono le aree, i settori su cui Milano deve puntare come città europea e del mondo globalizzato? Puoi suggerire tre cose che farebbe subito per rilanciare la città relativamente al tuo settore (teatro, economia, turismo, cultura, cinema...) e gli ostacoli da rimuovere?
Forse sono una nostalgica del modello anni ’70, ma penso che una città che ha domande nuove, debba rispondere politicamente, con l’offerta di nuovi servizi. Serve una gestione seria e una programmazione dei servizi.
Bisogna puntare sui luoghi di aggregazione per i giovani, sui laboratori. I giovani di oggi che spazi hanno? Che tipo di politiche gli si dedica? Che spazi di aggregazione e di espressione gli si lasciano? Io ci credo molto.
Bisogna investire nella scuola, nei progetti interculturali che favoriscano lo scambio ma anche la conoscenza davvero profonda dell’altro. Io ho avuto la fortuna di avere un’insegnante che invitava tutti i genitori a scuola a spiegare le diverse abitudini culturali, alimentari, a descrivere i paesi di provenienza. La cultura è uno straordinario strumento di scambio. Cultura intesa come scrittura, arte, teatro, ma anche come cambio di mentalità.
Poi bisogna riservare più attenzione alle fasce particolari, ad esempio gli anziani, di cui ci si ricorda solo come bacino elettorale in certi momenti. Oggi abbiamo dei servizi che non tengono conto della persona e della sua centralità. E invece le situazioni di disagio, di solitudine si moltiplicano.

Come sogni la Milano di domani?
Sogno una città a misura d’uomo.
Non una città militarizzata, stile Grande fratello, dove tutti spiano tutti.
Una città che garantisca i diritti minimi a tutti i suoi cittadini, ma che sia vicina soprattutto a quelli più bisognosi.
Sogno una città che sia polo d’attrazione dal punto di vista culturale, che ritrovi le qualità che ha smarrito. Che valorizzi le risorse umane di cui dispone.
Da mamma mi piacerebbe una città in cui i miei figli crescano con speranza e con un senso totale di appartenenza, di adesione.
Una città che li guarda con paura mi mette paura.

Cosa sei disposta a fare?
Io lavoro già in questo senso, ci ho sempre speso tutte le mie energie. E’ una cosa che sento, che mi viene da dentro.
 
Di Giovanni Vannini ( 13/12/2005 @ 15:24:48, in Interviste, letto 888 volte)
Manfredi Perrone è consulente editoriale per diverse case editrici; si occupa anche di eventi culturali e televisione. Vive e lavora a Milano.

D: Come sta Milano secondo te? Un po' meglio. Dal punto di vista economico, dopo le grandi bevute degli anni '80, periodo forte economicamente e debole culturalmente, e il momento di crisi degli ultimi anni, sembra che ora si stia provando a investire in idee in modo da essere lì quando riparte tutto.

D: Se dovesse raccontare Milano a un amico che non la conosce, cosa gli direbbe? Milano è una città grigia e fredda che nasconde grandissimi tesori e soprattutto ha una cortina molto rigida e dura che bisogna imparare a sfondare per conoscerla veramente. Gli abitanti sono molto chiusi, poco disposti ad accettare le novità, me ne accorgo con i miei eventi letterari in cui la gente a Milano dice "non mi hai insegnato nulla, lo sapevo già". Se mi allontano di 50 km cambia radicalmente, trovo sempre risposte più sincere, entusiastiche. Milano dà sempre una risposta formale, non reale, è per questo che dico che si deve sfondare la cortina.

D: Sfondare o trovare un varco? È un lavoro lento e costante di trovare i propri spazi, allargarli e renderli disponibili alla comunità. Gli spazi ci sono, il pubblico c'è, ma è difficile raccoglierlo. A Milano succedono tante cose, come a Roma, ma Milano è più aperta all'Europa, vive maggiori influenze dal nord. Milano è la capitale dell'editoria, ma formalmente le grandi novità dell'editoria succedono a Roma, in verità solo perché là c'è un gruppo forte che si auto-alimenta e che in realtà è isolato, guarda e si rivolge principalmente a se stesso.

D: Questa è un po' la critica che si fa a Milano oggi: chiusura, posizioni di rendita, incapacità di rischiare.. Io vedo oltre, soprattutto come nei giovani ci sia più voglia di cambiare la situazione. I trentenni che sono stufi di avere fatto i primi cinque anni di lavoro precario, insicuro: quelli che non sono affondati stanno cercando di reagire. Perché a Milano? Perché qui se questa cosa funziona deve incontrare il mercato, deve stare sulle proprie gambe. A Milano devi rischiare di più. Il fatto che qui ci sia design, moda, musica, editoria di alto livello anche se vecchia implica un passaggio di persone provenienti dall'Europa e questi portano moltissimi stimoli: gli studenti stranieri dello IED o i giovani designer o stilisti che vengono a lavorare per i grandi studi... Se Milano fosse capace di aprirsi a loro, stimolarli a dare di più, ne avrebbe un vantaggio molto forte.

D: A Milano ci sono 150 popoli... Stupendo.

D: La Milano di oggi e sempre più del prossimo futuro vedrà crescere la presenza di molte culture e popoli diversi: la fermentazione interculturale di cui ha parlato anche il Cardinale Martini è un valore? Sono sicurissimo che sia un tesoro, mi sorprende il modo in cui si sviluppa questo fenomeno: ritornano in un certo senso le classi, con per esempio i filippini che fanno le pulizie, gli egiziani la pizza, gli indiani dietro i banconi dei locali alla moda. Le pulizie dovrebbero farle gli svizzeri che sono bravi a tenere pulito. Il punto è qual è il progetto culturale per trasformare quella che al momento è una vicinanza fisica in qualcosa di ricco. Bisogna trovarlo. Non credo ai festival latino-americani come momento di scambio, che invece si realizza nelle piccole cose. No alla grande operazione organizzata, meglio la quotidianità.

D: Qual è la Milano che sta emergendo dalle trasformazioni in atto? Ci sono trasformazioni dal basso, dalla generazione dei trentenni che sta reagendo all'attuale situazione: sarà sempre più raro entrare in una azienda a vent'anni e restarci fino alla pensione, per cui lavori molto più su di te e su quello che riesci a creare.

D: Quali sono le aree, i settori su cui Milano deve puntare come città europea e del mondo globalizzato? Credo si debba rafforzare le istituzioni che sono in grado di organizzare, gestire e lanciare i talenti individuali. La mancanza di lavoro fisso e di sicurezza crea centinaia di piccoli esperti che grazie alle tecnologie riescono a sopravvivere ma al tempo stesso sono molto frastagliati, disorganizzati; l'investimento dovrebbe essere nell'organizzare questi individui. È come il lavoro dell'editore. È così che si è competitivi a livello internazionale: ci vuole organizzazione.

D: Puoi suggerire tre cose da fare subito per rilanciare la città relativamente al suo settore e gli ostacoli da rimuovere? Io per il rilancio della città scommetterei su moda, design ed editoria, in questo sono un po' tradizionale. Milano, con i giusti investimenti, può essere la capitale della comunicazione in Europa o almeno in sud Europa.

D: Come sogni la Milano di domani? A livello proprio cittadino la sogno con delle novità frutto di scelte rischiose. Prendiamo il traffico: dentro la cerchia dei Navigli non ci devono essere macchine, e bisogna farlo per il bene di tutti; anche inquinamento, bambini che hanno tosse cronica, bisogna risolvere i problemi alla radice. Scelte estreme e spesso poco popolari. Mi chiedo se mai qualcuno le farà.

D: Cosa sei disposto a impegnarti a fare per Milano oggi? Organizzo i miei piccoli eventi di intrattenimento intelligente o diverso e ogni azione è rivolta al bene pubblico. Voglio fare cose sulla strada, cercare di portare a tutti la lettura, con il messaggio che leggere non è solo una cosa vecchia e noiosa. Voglio lasciarti con questa riflessione-asupicio: questa città dovrebbe avere più auto ironia.
 
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