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Di Redazione ( 04/01/2006 @ 00:14:35, in Interviste, letto 682 volte)
Un veglione di capodanno illuminato dal sorriso di una vicina davvero speciale
di Lucia Massacesi
Si è presentata alla porta armata di sorriso, morbida stola bianca al braccio destro, bottiglia di Country Cream in carta argentata nell’altro. Entra Rosy, classe 1907, e l’età media degli ospiti, trentacinque anni, subito s'impenna. C'è stupore e buona educazione nel non chiederle “ma qual è il suo segreto?”. O meglio, il "tuo", perché la signora preferisce il tu, foulard rosso, capodanno oblige, su cui spicca un nodo Savoia d’oro, gentile cadeau del fu Re di Maggio. Ed è così che, mentre lo scoccare della mezzanotte si avvicina, la presenza di Rosy ci rimanda indietro le lancette degli orologi di parecchi capodanni fa.
Gamberi rossi
I ricordi di Rosy pullulano di aneddoti e personaggi, ma sullo sfondo c'è sempre la sua Milano, il resto è "periferia". Così è Parigi, visite mordi e fuggi per le sfilate, Roma nel '33 meta del viaggio di nozze, con udienza da Pio XI, un papa di Desio, che ai neosposi fa dono di un rosario non di ordinanza, piccola forma di complicità tra lombardi in terra straniera. Poi Cantù nel '42, assieme agli sfollati, dove a tempo record apprende il ricamo a tombolo, suscitando le invidie delle donne locali che temono la concorrenza di una milanese. Negli anni Cinquanta è la volta di Bordighera dove il marito gestisce un teatro ereditato dal padre, il tenore Pietro Zeni, detto il "cavallo bianco", come lo ricorda un ritratto al museo della Scala. Nella Milano della sua infanzia si gira con un calessino giocattolo guidato da una capretta, circolano gli omnibus, mentre a sera passa l’omino che accende le lampade a gas. "Che cosa vi piacerebbe?" è la domanda di rito del padre quando esce, un padre affettuoso, "era gioioso, giocava con noi, ma quando diceva no, non si discuteva". Spesso ritorna con la leccornia preferita: un cartoccio di gamberi rossi di fiume, che Rosy e sua sorella sgusciano e mangiano crudi, “li pescavano nei navigli, ce n’era pieno, gli ambulanti li vendevano per strada, nelle botteghe, nei caffé”. L'acqua allora a Milano faceva parte del paesaggio, con i navigli che arrivavano a due passi dal Duomo, e le zattere che trasportavano fino a San Damiano le bobine di carta per il Corriere. Via Montenapoleone e corso Vittorio Emanuele erano il luogo dell’eleganza milanese, "alle cinque del pomeriggio Montenapoleone era qualcosa di spettacoloso", un altrove rispetto al bazar del lusso seriale della cronaca corrente. Ma è un'eleganza destinata a finire. A guerra finita, Rosy rientra a Milano,"agosto, camminavo in Corso Vittorio Emanuele in mezzo alle macerie, ai vetri rotti, dietro gli occhiali da sole le lacrime non smettevano più di scendere".
Mai senza cappello
Rosy in Montenapoleone ci lavora. Modista alla “Maison Fernanda”, con tanto di libretto di lavoro, in compagnia di altre trenta lavoratrici. La clientela è esclusiva, i ritmi di lavoro intensi. Un' habitué è la Contessa Carla Visconti di Modrone, che a volte fa capolino in compagnia del figlio coetaneo di Rosy, Luchino, "ti te ciam luca ma ti' se un gran luc!", è il commento ironico della contessa, di fronte alle marachelle del giovane che si diverte a scombinare la disposizione di fustini e manichini. Allora il cappello era un elemento fondamentale nel guardaroba femminile, e ogni momento della giornata scandiva uno stile e una forma diversi. C’era quello per il mattino, il trotteur, che, a seconda delle stagioni, era un feltrino o in paglia, da abbinare al tailleur, quello da pomeriggio, da tè: era piuttosto grande, con una variante per le feste in giardino, e poi la toque per la sera, piccolo e molto ricco, per il teatro, la Scala. Una cosa è certa: una signora non usciva mai senza copricapo.
Nel '30 il grande salto professionale: un atelier di proprietà in centro. Due volte all'anno andava a Parigi con la socia a studiare i capi delle nuove collezioni. Ma durò poco, "perché l'ora in cui le signore fanno più visita all'atelier è anche l'ora in cui un marito desidera che la moglie sia a casa a preparare la cena". Così, forse a malincuore, ma in nome di un'eleganza dei comportamenti affettivi, Rosy rinuncia alla carriera. "Oggi le donne sono più libere, ma a volte si perde di vista il buon senso".
Le calze della Petacci
A ondate successive, il secolo delle grandi invenzioni consegna a Rosy corrente elettrica, mezzi espressivi incredibili come la televisione, ed elettrodomestici sempre più miracolosi, ma anche i traumi di due guerre mondiali e di un’epidemia di spagnola che tra il 1918 e il 1919 falcia 50 milioni di vite. Ed è di questi giorni la scoperta che si trattò di un virus aviario simile al ceppo che oggi minaccia di diffondersi dal Sud Est asiatico. "Le strade erano piene di carri per il trasporto delle casse dei morti, e che disperazione quando anche i miei si ammalarono", sarà lei, undicenne, ad assisterli e curarli, a forza di bicchierini di grappa. Perdite tragiche, come quella dell'amica Ines, che una mattina del '39 attraversa il cortile scortata da due signori, destinazione Buchenwald. E poi, sei anni più tardi, lo choc della fine di un'epoca, la tragedia di Piazzale Loreto, con i morbosi commenti sulle bellissime calze di seta della Petacci "una pagina vergognosa per la città". E poi, anno dopo anno, la perdita delle persone care. Quel che ne resta oggi sono silenziosi ritratti fotografici, un coro muto che continua a tifare per lei.
Il suo segreto, forse
"Sono rimasta molto coi piedi per terra". La domanda alla fine è stata posta e il segreto di Rosy deve essere proprio nelle sue salde radici milanesi. Perché ora, osservandola mentre innalza il calice per il brindisi di mezzanotte, sembrano perfette le parole di Neera:
Gli occhi della milanese sono grandi, ben tagliati, intelligenti e un po’ languidi; c’è quasi sempre un’ombra misteriosa in fondo alla pupilla, un pensiero vago pieno di reticenze volute, che ammalia. È un occhio serio, luminoso, simpatico. La statura piuttosto piccola: le forme parche, sottili; il piedino snello, la disinvoltura nel camminare, la taglia e il vestire eleganti, i movimenti sicuri fanno della milanese una figurina armonica che si distacca in modo assoluto dagli altri tipi di donna e si fissa nella mente del forestiero come un ricordo incancellabile. Fu detto: la milanese è la parigina d’Italia; ma questo confronto non regge che dal lato fisico – e ancora! Una differenza enorme rende il paragone zoppo, perché la parigina è frivola mentre la milanese è donna di casa e buona massaia. (Neera, Le donne milanesi)
di Lucia Massacesi
Non è rubando che si vincono le proprie fragilità,
ma regalando le nostre ricchezze
donne e uomini insieme
aprite gli occhi, chiusi alla vita
sbarrati alla paura
immobilizzati nel movimento,
svuotateli dai pensieri
lasciate scorre lacrime
vere
di dolore e di amore,
ritrovate lo sguardo
incantato e libero.
Andate verso il viaggio
della vostra vita
con poco bagaglio,
pesa e non serve,
affatica i muscoli della bocca,
che invece di sorridere
grugnisce,
la saliva smettendo di bagnare
il palato di piacere,
crolla con indecenza verso
la rabbia.
Piangete commossosi sui danni che
percorrono il nostro respiro universale,
lasciate il cuore libero
al movimento, verso il fluire
del vento,
errate cercando,
andate in-contro,
liberi
e incantati,
un sorriso arriva
senza i perché.
di Luciana

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