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Di Roberta Folatti ( 24/02/2006 @ 19:33:30, in Interviste, letto 1037 volte)
Intervista a Ugo Targetti
di Roberta Folatti
Da sempre impegnato su più fronti, insegnamento universitario, attività professionale, impegno amministrativo a livello comunale e provinciale – è stato anche vicepresidente della Provincia di Milano – Ugo Targetti è un convinto sostenitore della Città Metropolitana, un’istituzione che dovrebbe risolvere i problemi delle grandi città su scala vasta, con una vsione d’insieme che adesso manca. Per Milano si è speso molto ma ora non nega una certa disillusione e la voglia di incominciare nuove sfide da un’altra parte.
Qual è il tuo percorso professionale?
Mi sono laureato in urbanistica con una tesi su Milano, quindi fin da studente mi sono occupato di questa città. Poco dopo la laurea ho cominciato a fare l’amministratore in Comuni dell’hinterland milanese. Ho sempre mantenuto una triplice attività: in Università tuttora insegno pianificazione, poi esercito l’attività di architetto e dal 1975 al 1999 ho svolto attività di amministratore. Dal ’95 e il ’99 sono stato vicepresidente della Provincia di Milano e assessore al Territorio. In quegli anni il mio assessorato ha redatto il primo piano territoriale provinciale. Affrontando il tema della pianificazione di scala vasta e ritenendola una cosa seria – un piano è serio se ci sono le condizioni per attuarlo e le strategie fondamentali – è emerso con evidenza che mancava un’istituizone che avesse la forza per pianificare. In termini di studio e proposta la Provincia poteva farlo, ma per realizzare il piano ci sarebbe voluta la Città Metropolitana. In tutta la mia vicenda ho avuto l’opposizione feroce del Comune di Milano, che ha sempre combattutto qualsiasi ipotesi di governo di area vasta che non partisse dalle sue esigenze. Dagli anni ’80 la città ha perseguito in modo caparbio un’idea di totale isolamento dal resto della sua area metropolitana, accentuata durante la mia esperienza da una contrapposizione politica. Fu in quell’occasione che cominciai a lanciare l’idea della Città Metropolitana, a discuterne, a sentire gli altri Comuni.
Ma cos’è la Città Metropolitana?
La Città Metropolitana non è un grande comune, è un’istituzione che si occupa di problemi che solo a quella scala possono essere risolti, e non a livello comunale. Per esempio la mobilità, la viabilità, l’ambiente e l’inquinamento atmosferico. La legge 142 del 1990 stabilisce che ci sono dodici Città Metropolitane, ma se ne parla da quindici anni e non si è ancora concluso nulla. Vogliamo costituire un comitato che promuova questo tema in occasione della prossima campagna elettorale per il sindaco di Milano. Ci rivolgeremo a tutte le forze politiche, alle quali si chiederà di porre la questione al centro del proprio programma elettorale. Il dibattito sino ad ora ha avuto andamenti alternanti con posizioni diverse: da una parte chi pensa a una nuova istituzione (prevista dalla legge) come il sottoscritto e dall’altra chi ritiene che una istituzione nelle forme tradizionali non sia adatta. L’esito di queste posizioni diversificate è stato il nulla operativo. Ma noi ci stiamo muovendo, insieme alle associazioni Arcoresiste e Al sole, io, Giuseppe Boatti, Valentino Ballabio e Giuseppe Natale abbiamo fondato il Comitato per la Città Metropolitana.
Le ragioni della tua posizione?
Io sono convinto che si debba seguire l’ipotesi istituzionale che prevede l’individuazione di un territorio, quindi di cittadini residenti che eleggano gli amministratori, i quali siano poi responsabili delle risorse che i cittadini danno con le tasse per risolvere i problemi. Se si perde il rapporto cittadino/elettore – eletto/responsabilità tutto resta sempre nel vago, non si capisce di chi sia la responsabilità se le cose non si fanno. E’ un passaggio fondamentale che altre città metropolitane europee hanno affrontato, noi viaggiamo nel vuoto totale da anni. La nostra Associazione ha voluto lanciare una provocazione dicendo: per noi la Città Metropolitana è il territorio della provincia di Milano e abbiamo presentato una bozza di statuto, che indica le funzioni di questa nuova istituzione. E poi chiediamo la riorganizzazione di Milano in nove Comuni. Questo perchè i cittadini debbono poter avere un rapporto diretto con l’Amministrazione. L’istituzione comunale milanese oggi è troppo lontana dai cittadini, soprattutto da quelli che abitano nelle periferie. I Consigli di zona sono assolutamente privi di qualsiasi potere, a differenza di Roma dove le Municipalità hanno poteri e bilanci – perchè quando si dice poteri bisogna dare anche bilanci. Però Roma è lei stessa la Città Metropolitana, avendo un territorio più o meno della dimensione della Provincia di Milano.
Dunque pensi che a Milano i cittadini non abbiano referenti?
Oggi il rapporto diretto con gli amministratori è garantito in tutto il resto dell’area metropolitana, i cittadini di Sesto o Cesano Boscone, tanto per fare un esempio, possono rivolgersi al proprio sindaco per risolvere il problema sotto casa. Non è così per i cittadini di Milano. Quindi in qualche modo fuori Milano si vive meglio, l’Amministrazione è più attenta ai bisogni anche quotidiani dei cittadini. Milano è diventata una città per produrre, per studiare, per divertirsi, sempre meno per abitare. E’ una città che si usa. E la causa di ciò è anche la mancanza di un governo di scala vasta, che rischia di comprimere le potenzialità della città. Potenzialità che ancora Milano mantiene per una sorta di forza interiore.
L’economia va bene, certi settori sono all’avanguardia ma non c’è dubbio che per aspetti importanti la città perde competitività. Altre città europee funzionano meglio, le multinazionali investono in quei luoghi, non qui, dove ci si mette due ore per andare da Cesano Boscone a Gorgonzola. Milano rischia il declino.
Ma a livello di percezione, secondo te i cittadini sarebbero favorevoli alla Città Metropolitana?
In realtà c’è una totale mancanza di conoscenza e di comprensione del problema. Anche se, rifacendomi ad un’indagine di Milano Metropoli, non è affatto vero che vi sia opposizione. Molti cittadini, ad una domanda precisa sull’opportunità di un governo di area vasta, erano d’accordo, sia milanesi che abitanti dell’hinterland. Spiegando bene e dando i messaggi giusti, è un’idea che viene approvata. Insomma chi sta due ore in autostrada prima di riuscire ad entrare a Milano o viceversa dovrebbe sentire questo problema. Ma bisogna che la politica sia d’accordo, prima di comunicare ai cittadini.
In questo gli urbanisti possono dare una mano?
La cultura dell’amministrazione e della pianificazione urbanistica, che negli anni ’70 aveva avuto una certa egemonia e una capacità di essere ascoltata, oggi non conta più nulla. Si va nella direzione di una governance, che non ha il significato che ha la parola inglese. In inglese significa fare le riforme istituzionali e poi organizzare bene come governare le cose e costruire i rapporti. Da noi si parte dal presupposto che l’assetto dei poteri non si cambia, che le riforme non si possono fare, e si cerca un modo per coordinare i diversi poteri e governare il meglio possibile. Quest’idea della governance come assetto di potere immodificabile e ricerca di una maniera per mettersi d’accordo è illusoria e concettualmente sbagliata. La cultura urbanistica è diventata cinica, non pensa che le cose siano riformabili, vede l’assetto dei poteri come immodificabile, perchè con questo assetto di poteri è entrata in relazione. L’Università ha uno stretto rapporto di commesse con l’amministrazione pubblica, che se da un lato è una cosa positiva, dall’altro ne ha condizionato l’atteggiamento. Sostanzialmente fa comodo mantenere lo status quo.
Come vedi Milano in generale?
Si può dare un giudizo sui dati, ed è evidente che Milano perde popolazione, invecchia, non ha grande capacità di integrare nuove immigrazioni, ha perso anche posti di lavoro. D’altra parte ci sono indici che dicono che Milano resta una metropoli, non di primo livello internazionale, ma con posizioni di preminenza in alcuni settori. Quindi non è che vada tutto male. Ma complessivamente, a mio avviso, si vive peggio.
La mia percezione è che Milano sia una città in cui le occasioni sono soprattutto di lavoro. Invece le occasioni di crescita culturale e civile sono davvero poche. Non è che manchino le iniziative, c’è quasi un bombardamento di offerta, c’è un continuo comunicare iniziative, ma manca l’idea che la cultura conti veramente. L’idea che partecipare a un evento culturale significhi costruire una cultura della città. Manca il coinvolgimento dei cittadini.
Se dovessi raccontare la tua città a qualcuno che non la conosce?
Direi che è una città che al primo impatto ha poche cose belle e bisogna scoprirla lentamente, perchè è molto articolata, molto diversa. Anche se adesso tende ad omogeneizzarsi. Queste operazioni di recupero delle periferie hanno avuto un effetto di omologazione totale. E si è persa la periferia come struttura sociale. Quando feci quel lavoro di pianificazione sull’area metropolitana milanese emerse che Milano aveva un patrimonio di edifici architettonici di pregio di 10000 unità. Quindi un patrimonio maggiore di tutte le province d’Italia, compresa Roma! Ma non ce ne rendiamo conto, perchè è come se fosse sommerso da questo mare di utilità, di scarsa qualità del paesaggio.
Trovi che sia così in tutte le zone di Milano?
Io ho la fortuna di abitare in una delle zone più belle di Milano, il quartiere Magenta-Boccaccio, abito vicino al ponte di via Curie, quello sopra le Ferrovie Nord. E’ un impianto urbanistico risalente al primo piano regolatore di Milano, della metà dell’Ottocento. C’era via XX settembre che saliva sopra la ferrovia e sbarcava nel parco, allora era una piazza d’armi, poi divenne il parco Sempione. La cosa eccezionale era che le aiuole verdi che c’erano in via XX settembre salivano anche loro sul ponte e scendevano verso il parco, mantenendo una continuità di verde. Sembra un dettaglio, ma significa che c’era una cultura importante del paesaggio, dell’ambiente. Ebbene, quando hanno rifatto il ponte, recentemente, forse per ragioni di sicurezza, hanno asfaltato tutto e costruito un parapetto in cemento armato con una rete metallica. Credo che il proprietario di un capannone in Brianza non farebbe una cosa così brutta e avvilente! Questo fatto mi ha davvero indignato, ho protestato presso la Sovrintendenza, sui giornali. Silenzio assoluto. Milano accetta queste cose ed è significativo. Quella strada ottocentesca era un monumento, che è stato distrutto per sempre senza che nessuno se ne accorgesse. Si è troppo presi a produrre, o a divertirsi...
Un’altra cosa che mi dimostra questa tesi è la questione Darsena: una città che ha una risorsa ambientale così e la usa come posteggio come può essere giudicata? Mi sembra che ci sia un disinteresse collettivo a vivere meglio, oppure i miei valori, i miei desideri sono diversi da quelli della maggioranza dei cittadini di Milano.
Forse non c’è domanda anche perchè i cittadini non sanno più esprimerla. Bisogna ricostruire il rapporto tra cittadini e governanti. I primi sono sfiduciati nei confronti della politica, preferiscono un sindaco decisionista e non si preoccupano se il Consiglio comunale è completamente paralizzato, reso inutile. Non si rendono conto che la discussione in Consiglio comunale è un modo di far circolare le idee, che la partecipazione e la crescita civile si hanno attraverso queste cose.
Secondo te c’è una via milanese che renda valore la diversità portata dall’immigrazione?
La strada di Milano è quella del lavoro. Il fatto che nella nostra città vi siano migliaia di imprese fatte da extracomunitari vuol dire che la capacità di Milano di produrre occasioni di lavoro è una base fondamentale. Certo questo non basta... Penso alla vicenda dei Rom. Possibile che una città come Milano, dove la ricchezza e l’opulenza si vedono ad ogni passo, non possa permettersi di costruire delle casettine, anche delle baracche ma pulite, linde, per ospitare una comunità Rom in modo dignitoso? Non ditemi che non ci sono risorse! Tutto ciò significa che conta solo quello che produce ricchezza. Negli anni ‘70/’80 Milano non era così, ha saputo accogliere centinaia di migliaia di immigrati meridionali che erano in condizioni analoghe a quelle dei Rom. Ha costruito case popolari, scuole... quella era la Milano riformista. Adesso case popolari non se ne fanno più, nemmeno per i cittadini italiani. Questa nuova immigrazione, che ha una dimensione enormemente più piccola, non si riesce a gestire.. o non si vuole gestire. C’è una totale carenza di città pubblica.
Cosa servirebbe?
Una cosa che bisognerebbe forse sostenere è la creazione di luoghi dove le comunità di immigrati possano organizzarsi, riconoscersi. Non quartieri, che rischiano poi di diventare dei ghetti. L’idea è di offrire delle opportunità e che poi queste comunità si organizzino autonomamente. So che la comunità eritrea qualche tempo fa aveva proposto di costruire la nuova sede del consolato concepita anche come punto di riferimento della cultura, sostegno dei commerci, insomma un centro integrato con una parte anche di residenza temporanea per i nuovi arrivati. A me sembrava un’idea stupenda. L’obiettivo era che si tenesse in piedi anche economicamente in modo autonomo, coi piccoli affitti dei nuovi arrivati, col piccolo commercio. Si sono rivolti al Comune di Milano per chiedere l’area: risposte zero. Questo significa che manca una strategia, una politica sull’immigrazione. Non c’è la volontà politica e le occasioni si perdono...
Tre cose che faresti subito.
Aprirei un confronto politico, anche su scala metropolitana, per decidere qual è la strategia per la mobilità. Bisogna che si facciano delle scelte di priorità, la strategia non può essere di far funzionare tutto. Quello della mobilità è il nodo centrale. In Milano si circola ancora ma non si riesce a posteggiare, fuori Milano il problema è circolare. Poi ci vuole un’operazione che crei un sistema di verde di dimensione esterna, usando le aree periferiche. E’ una cosa di cui mi sto occupando adesso come Parco Sud, si tratta di ribaltare un po’ il rapporto tra costruito e verde. Non fare solo dei parchi, ma dotare la città di boschi, di aree di dimensioni adeguate alla dimensione della città. Come Berlino, Parigi, Londra. Verde che non serva solo alla fruizione ma al riequilibrio ecologico del clima. L’altra cosa che farei subito è la costituzione della Città Metropolitana, con la quale si affrontano poi a larga scala i problemi della mobilità e del verde.
Ci sono una quarta e una quinta cosa che farei: innanzitutto un’opera di rilievo culturale, come la Biblioteca europea di cui per un certo tempo si era parlato. Io di Milano non saprei cosa descrivere che non fosse del passato. Cosa mostri a un turista della Milano nuova? Bisogna puntare a qualche opera significativa. E infine a livello di quartiere, accentuare la mobilità ciclabile e pedonale. E questo si realizza se un quartiere lo consideri come un Comune. Non è solo un problema di piste ciclabili, che spesso è materialmente impossibile realizzare, ma si tratta di organizzare la mobilità in modo che andare in bici sia sicuro, o almeno meno rischioso.
Come sogni la Milano di domani e cosa saresti disposto (ancora) a fare?
Da una parte continuo a mantenere l’idea che si possa e si debba fare qualcosa, e il mio impegno sarebbe di affrontare questo nodo della Città Metropolitana, di cui mi occupo da quindici anni. Dall’altra, valutando la cosa in relazione ai tempi della mia vita, penso che la soluzione sia andare via. Cercare altrove delle risposte e non sognare più la Milano di domani.
di Roberta Folatti
Da sempre impegnato su più fronti, insegnamento universitario, attività professionale, impegno amministrativo a livello comunale e provinciale – è stato anche vicepresidente della Provincia di Milano – Ugo Targetti è un convinto sostenitore della Città Metropolitana, un’istituzione che dovrebbe risolvere i problemi delle grandi città su scala vasta, con una vsione d’insieme che adesso manca. Per Milano si è speso molto ma ora non nega una certa disillusione e la voglia di incominciare nuove sfide da un’altra parte.
Qual è il tuo percorso professionale?
Mi sono laureato in urbanistica con una tesi su Milano, quindi fin da studente mi sono occupato di questa città. Poco dopo la laurea ho cominciato a fare l’amministratore in Comuni dell’hinterland milanese. Ho sempre mantenuto una triplice attività: in Università tuttora insegno pianificazione, poi esercito l’attività di architetto e dal 1975 al 1999 ho svolto attività di amministratore. Dal ’95 e il ’99 sono stato vicepresidente della Provincia di Milano e assessore al Territorio. In quegli anni il mio assessorato ha redatto il primo piano territoriale provinciale. Affrontando il tema della pianificazione di scala vasta e ritenendola una cosa seria – un piano è serio se ci sono le condizioni per attuarlo e le strategie fondamentali – è emerso con evidenza che mancava un’istituizone che avesse la forza per pianificare. In termini di studio e proposta la Provincia poteva farlo, ma per realizzare il piano ci sarebbe voluta la Città Metropolitana. In tutta la mia vicenda ho avuto l’opposizione feroce del Comune di Milano, che ha sempre combattutto qualsiasi ipotesi di governo di area vasta che non partisse dalle sue esigenze. Dagli anni ’80 la città ha perseguito in modo caparbio un’idea di totale isolamento dal resto della sua area metropolitana, accentuata durante la mia esperienza da una contrapposizione politica. Fu in quell’occasione che cominciai a lanciare l’idea della Città Metropolitana, a discuterne, a sentire gli altri Comuni.
Ma cos’è la Città Metropolitana?
La Città Metropolitana non è un grande comune, è un’istituzione che si occupa di problemi che solo a quella scala possono essere risolti, e non a livello comunale. Per esempio la mobilità, la viabilità, l’ambiente e l’inquinamento atmosferico. La legge 142 del 1990 stabilisce che ci sono dodici Città Metropolitane, ma se ne parla da quindici anni e non si è ancora concluso nulla. Vogliamo costituire un comitato che promuova questo tema in occasione della prossima campagna elettorale per il sindaco di Milano. Ci rivolgeremo a tutte le forze politiche, alle quali si chiederà di porre la questione al centro del proprio programma elettorale. Il dibattito sino ad ora ha avuto andamenti alternanti con posizioni diverse: da una parte chi pensa a una nuova istituzione (prevista dalla legge) come il sottoscritto e dall’altra chi ritiene che una istituzione nelle forme tradizionali non sia adatta. L’esito di queste posizioni diversificate è stato il nulla operativo. Ma noi ci stiamo muovendo, insieme alle associazioni Arcoresiste e Al sole, io, Giuseppe Boatti, Valentino Ballabio e Giuseppe Natale abbiamo fondato il Comitato per la Città Metropolitana.
Le ragioni della tua posizione?
Io sono convinto che si debba seguire l’ipotesi istituzionale che prevede l’individuazione di un territorio, quindi di cittadini residenti che eleggano gli amministratori, i quali siano poi responsabili delle risorse che i cittadini danno con le tasse per risolvere i problemi. Se si perde il rapporto cittadino/elettore – eletto/responsabilità tutto resta sempre nel vago, non si capisce di chi sia la responsabilità se le cose non si fanno. E’ un passaggio fondamentale che altre città metropolitane europee hanno affrontato, noi viaggiamo nel vuoto totale da anni. La nostra Associazione ha voluto lanciare una provocazione dicendo: per noi la Città Metropolitana è il territorio della provincia di Milano e abbiamo presentato una bozza di statuto, che indica le funzioni di questa nuova istituzione. E poi chiediamo la riorganizzazione di Milano in nove Comuni. Questo perchè i cittadini debbono poter avere un rapporto diretto con l’Amministrazione. L’istituzione comunale milanese oggi è troppo lontana dai cittadini, soprattutto da quelli che abitano nelle periferie. I Consigli di zona sono assolutamente privi di qualsiasi potere, a differenza di Roma dove le Municipalità hanno poteri e bilanci – perchè quando si dice poteri bisogna dare anche bilanci. Però Roma è lei stessa la Città Metropolitana, avendo un territorio più o meno della dimensione della Provincia di Milano.
Dunque pensi che a Milano i cittadini non abbiano referenti?
Oggi il rapporto diretto con gli amministratori è garantito in tutto il resto dell’area metropolitana, i cittadini di Sesto o Cesano Boscone, tanto per fare un esempio, possono rivolgersi al proprio sindaco per risolvere il problema sotto casa. Non è così per i cittadini di Milano. Quindi in qualche modo fuori Milano si vive meglio, l’Amministrazione è più attenta ai bisogni anche quotidiani dei cittadini. Milano è diventata una città per produrre, per studiare, per divertirsi, sempre meno per abitare. E’ una città che si usa. E la causa di ciò è anche la mancanza di un governo di scala vasta, che rischia di comprimere le potenzialità della città. Potenzialità che ancora Milano mantiene per una sorta di forza interiore.
L’economia va bene, certi settori sono all’avanguardia ma non c’è dubbio che per aspetti importanti la città perde competitività. Altre città europee funzionano meglio, le multinazionali investono in quei luoghi, non qui, dove ci si mette due ore per andare da Cesano Boscone a Gorgonzola. Milano rischia il declino.
Ma a livello di percezione, secondo te i cittadini sarebbero favorevoli alla Città Metropolitana?
In realtà c’è una totale mancanza di conoscenza e di comprensione del problema. Anche se, rifacendomi ad un’indagine di Milano Metropoli, non è affatto vero che vi sia opposizione. Molti cittadini, ad una domanda precisa sull’opportunità di un governo di area vasta, erano d’accordo, sia milanesi che abitanti dell’hinterland. Spiegando bene e dando i messaggi giusti, è un’idea che viene approvata. Insomma chi sta due ore in autostrada prima di riuscire ad entrare a Milano o viceversa dovrebbe sentire questo problema. Ma bisogna che la politica sia d’accordo, prima di comunicare ai cittadini.
In questo gli urbanisti possono dare una mano?
La cultura dell’amministrazione e della pianificazione urbanistica, che negli anni ’70 aveva avuto una certa egemonia e una capacità di essere ascoltata, oggi non conta più nulla. Si va nella direzione di una governance, che non ha il significato che ha la parola inglese. In inglese significa fare le riforme istituzionali e poi organizzare bene come governare le cose e costruire i rapporti. Da noi si parte dal presupposto che l’assetto dei poteri non si cambia, che le riforme non si possono fare, e si cerca un modo per coordinare i diversi poteri e governare il meglio possibile. Quest’idea della governance come assetto di potere immodificabile e ricerca di una maniera per mettersi d’accordo è illusoria e concettualmente sbagliata. La cultura urbanistica è diventata cinica, non pensa che le cose siano riformabili, vede l’assetto dei poteri come immodificabile, perchè con questo assetto di poteri è entrata in relazione. L’Università ha uno stretto rapporto di commesse con l’amministrazione pubblica, che se da un lato è una cosa positiva, dall’altro ne ha condizionato l’atteggiamento. Sostanzialmente fa comodo mantenere lo status quo.
Come vedi Milano in generale?
Si può dare un giudizo sui dati, ed è evidente che Milano perde popolazione, invecchia, non ha grande capacità di integrare nuove immigrazioni, ha perso anche posti di lavoro. D’altra parte ci sono indici che dicono che Milano resta una metropoli, non di primo livello internazionale, ma con posizioni di preminenza in alcuni settori. Quindi non è che vada tutto male. Ma complessivamente, a mio avviso, si vive peggio.
La mia percezione è che Milano sia una città in cui le occasioni sono soprattutto di lavoro. Invece le occasioni di crescita culturale e civile sono davvero poche. Non è che manchino le iniziative, c’è quasi un bombardamento di offerta, c’è un continuo comunicare iniziative, ma manca l’idea che la cultura conti veramente. L’idea che partecipare a un evento culturale significhi costruire una cultura della città. Manca il coinvolgimento dei cittadini.
Se dovessi raccontare la tua città a qualcuno che non la conosce?
Direi che è una città che al primo impatto ha poche cose belle e bisogna scoprirla lentamente, perchè è molto articolata, molto diversa. Anche se adesso tende ad omogeneizzarsi. Queste operazioni di recupero delle periferie hanno avuto un effetto di omologazione totale. E si è persa la periferia come struttura sociale. Quando feci quel lavoro di pianificazione sull’area metropolitana milanese emerse che Milano aveva un patrimonio di edifici architettonici di pregio di 10000 unità. Quindi un patrimonio maggiore di tutte le province d’Italia, compresa Roma! Ma non ce ne rendiamo conto, perchè è come se fosse sommerso da questo mare di utilità, di scarsa qualità del paesaggio.
Trovi che sia così in tutte le zone di Milano?
Io ho la fortuna di abitare in una delle zone più belle di Milano, il quartiere Magenta-Boccaccio, abito vicino al ponte di via Curie, quello sopra le Ferrovie Nord. E’ un impianto urbanistico risalente al primo piano regolatore di Milano, della metà dell’Ottocento. C’era via XX settembre che saliva sopra la ferrovia e sbarcava nel parco, allora era una piazza d’armi, poi divenne il parco Sempione. La cosa eccezionale era che le aiuole verdi che c’erano in via XX settembre salivano anche loro sul ponte e scendevano verso il parco, mantenendo una continuità di verde. Sembra un dettaglio, ma significa che c’era una cultura importante del paesaggio, dell’ambiente. Ebbene, quando hanno rifatto il ponte, recentemente, forse per ragioni di sicurezza, hanno asfaltato tutto e costruito un parapetto in cemento armato con una rete metallica. Credo che il proprietario di un capannone in Brianza non farebbe una cosa così brutta e avvilente! Questo fatto mi ha davvero indignato, ho protestato presso la Sovrintendenza, sui giornali. Silenzio assoluto. Milano accetta queste cose ed è significativo. Quella strada ottocentesca era un monumento, che è stato distrutto per sempre senza che nessuno se ne accorgesse. Si è troppo presi a produrre, o a divertirsi...
Un’altra cosa che mi dimostra questa tesi è la questione Darsena: una città che ha una risorsa ambientale così e la usa come posteggio come può essere giudicata? Mi sembra che ci sia un disinteresse collettivo a vivere meglio, oppure i miei valori, i miei desideri sono diversi da quelli della maggioranza dei cittadini di Milano.
Forse non c’è domanda anche perchè i cittadini non sanno più esprimerla. Bisogna ricostruire il rapporto tra cittadini e governanti. I primi sono sfiduciati nei confronti della politica, preferiscono un sindaco decisionista e non si preoccupano se il Consiglio comunale è completamente paralizzato, reso inutile. Non si rendono conto che la discussione in Consiglio comunale è un modo di far circolare le idee, che la partecipazione e la crescita civile si hanno attraverso queste cose.
Secondo te c’è una via milanese che renda valore la diversità portata dall’immigrazione?
La strada di Milano è quella del lavoro. Il fatto che nella nostra città vi siano migliaia di imprese fatte da extracomunitari vuol dire che la capacità di Milano di produrre occasioni di lavoro è una base fondamentale. Certo questo non basta... Penso alla vicenda dei Rom. Possibile che una città come Milano, dove la ricchezza e l’opulenza si vedono ad ogni passo, non possa permettersi di costruire delle casettine, anche delle baracche ma pulite, linde, per ospitare una comunità Rom in modo dignitoso? Non ditemi che non ci sono risorse! Tutto ciò significa che conta solo quello che produce ricchezza. Negli anni ‘70/’80 Milano non era così, ha saputo accogliere centinaia di migliaia di immigrati meridionali che erano in condizioni analoghe a quelle dei Rom. Ha costruito case popolari, scuole... quella era la Milano riformista. Adesso case popolari non se ne fanno più, nemmeno per i cittadini italiani. Questa nuova immigrazione, che ha una dimensione enormemente più piccola, non si riesce a gestire.. o non si vuole gestire. C’è una totale carenza di città pubblica.
Cosa servirebbe?
Una cosa che bisognerebbe forse sostenere è la creazione di luoghi dove le comunità di immigrati possano organizzarsi, riconoscersi. Non quartieri, che rischiano poi di diventare dei ghetti. L’idea è di offrire delle opportunità e che poi queste comunità si organizzino autonomamente. So che la comunità eritrea qualche tempo fa aveva proposto di costruire la nuova sede del consolato concepita anche come punto di riferimento della cultura, sostegno dei commerci, insomma un centro integrato con una parte anche di residenza temporanea per i nuovi arrivati. A me sembrava un’idea stupenda. L’obiettivo era che si tenesse in piedi anche economicamente in modo autonomo, coi piccoli affitti dei nuovi arrivati, col piccolo commercio. Si sono rivolti al Comune di Milano per chiedere l’area: risposte zero. Questo significa che manca una strategia, una politica sull’immigrazione. Non c’è la volontà politica e le occasioni si perdono...
Tre cose che faresti subito.
Aprirei un confronto politico, anche su scala metropolitana, per decidere qual è la strategia per la mobilità. Bisogna che si facciano delle scelte di priorità, la strategia non può essere di far funzionare tutto. Quello della mobilità è il nodo centrale. In Milano si circola ancora ma non si riesce a posteggiare, fuori Milano il problema è circolare. Poi ci vuole un’operazione che crei un sistema di verde di dimensione esterna, usando le aree periferiche. E’ una cosa di cui mi sto occupando adesso come Parco Sud, si tratta di ribaltare un po’ il rapporto tra costruito e verde. Non fare solo dei parchi, ma dotare la città di boschi, di aree di dimensioni adeguate alla dimensione della città. Come Berlino, Parigi, Londra. Verde che non serva solo alla fruizione ma al riequilibrio ecologico del clima. L’altra cosa che farei subito è la costituzione della Città Metropolitana, con la quale si affrontano poi a larga scala i problemi della mobilità e del verde.
Ci sono una quarta e una quinta cosa che farei: innanzitutto un’opera di rilievo culturale, come la Biblioteca europea di cui per un certo tempo si era parlato. Io di Milano non saprei cosa descrivere che non fosse del passato. Cosa mostri a un turista della Milano nuova? Bisogna puntare a qualche opera significativa. E infine a livello di quartiere, accentuare la mobilità ciclabile e pedonale. E questo si realizza se un quartiere lo consideri come un Comune. Non è solo un problema di piste ciclabili, che spesso è materialmente impossibile realizzare, ma si tratta di organizzare la mobilità in modo che andare in bici sia sicuro, o almeno meno rischioso.
Come sogni la Milano di domani e cosa saresti disposto (ancora) a fare?
Da una parte continuo a mantenere l’idea che si possa e si debba fare qualcosa, e il mio impegno sarebbe di affrontare questo nodo della Città Metropolitana, di cui mi occupo da quindici anni. Dall’altra, valutando la cosa in relazione ai tempi della mia vita, penso che la soluzione sia andare via. Cercare altrove delle risposte e non sognare più la Milano di domani.
Di Giacomo Biraghi ( 10/02/2006 @ 19:51:17, in Voci dalla Consulta, letto 2433 volte)
Si è tanto parlato in queste ultime settimane del futuro della nostra città (d’altronde siamo in campagna elettorale…): quale debba essere il suo ruolo nel circuito internazionale delle world cities, come fare per attrarre la cd. classe creativa, su quali settori puntare per garantire uno sviluppo ai nostri figli…Per dare una prima risposta a queste domande a più riprese è saltata fuori la necessità di ospitare un evento di portata mondiale; da qui la candidatura in pectore (contesa con Roma) per le Olimpiadi estive del 2016, tanto contestata per le scarse probabilità che tale evento sia ancora assegnato all’Europa dopo Londra 2012.
Alt! Mi sembra che anche su questi temi l’attuale politica, i media locali e gli imprenditori stiano dimostrando tutta la loro inadeguatezza e incapacità di indirizzare la vita della nostra metropoli…invece di guardare ad un
futuro remoto, perché non si guarda al presente?
Milano si è accorta che domani inaugurano le Olimpiadi Invernali di Torino? Non nel 2016, ma fra 24 ore!
Siamo pronti anche noi ad accogliere le centinaia di migliaia di ospiti che raggiungeranno il Nord Ovest da tutte le parti del mondo? Abbiamo strutturato un’offerta culturale, musicale e fieristica adeguata e ben comunicata? Abbiamo messo in lustro i nostri monumenti, organizzato eventi memorabili (e in grado di attrarre una parte dell’attenzione mediatica che concentrerà punte di 2 miliardi di spettatori sul nostro territorio)? Abbiamo messo in rete la nostra capacità ricettiva, i nostri ristoranti e locali? Grazie all’alta velocità siamo oggi ad un’ora e mezza da Torino, gran parte dei visitatori e degli atleti stranieri atterreranno sull’hub di Malpensa a 50 minuti dal nostro centro. Abbiamo approfittato ora, nel presente, di questa grande possibilità? Quanti totem informativi sulle possibilità che Milano offre sono stati installati negli aeroporti e nelle stazioni ferroviarie?
Se guardo al “cartellone” che offre la nostra metropoli oggi, sono sconfortato: Palazzo Reale ha appena chiuso la sua mostra più importante, la Triennale e tutto il circuito del design aspetta sonnacchioso il prossimo
salone di aprile, la Scala e le altre sale si presentano con un calendario rarefatto, la nuova Fiera di Rho (perfetto nodo che si sarebbe potuto vestire da “hall olimpica” e centro di accoglienza del turismo internazionale, con mostre e eventi) non propone nulla, i musei non hanno potenziato i propri orari, così come il Cenacolo. L’unico evento in cartellone è il carnevale ambrosiano…
Che dire? Un’occasione decisamente sprecata e uno spettacolo desolante per Milano, che conferma ancora una volta la nostra incapacità di fare sistema e l’inadeguatezza della nostra classe dirigente, incapace di immaginare oggi un ruolo per la nostra città.
Che fare? Io domenica 12 alle 15 sarò in Triennale per dare il benvenuto alla lista civica indipendente di VivereMilano, che presenterà il suo programma per le prossime elezioni comunali. Perché Milano, abbiamo visto, ha veramente bisogno di energia pulita!
GIACOMO BIRAGHI

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