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Di Roger Bellia ( 12/03/2006 @ 23:44:36, in Voci dalla Consulta, letto 1066 volte)

Una nuova voce dalla Consulta di VivereMilano, a proposito delle devastazioni di sabato in corso Buenos Aires.


Questo vuoto che ci risucchia, che asciuga le nostre speranze lo dobbiamo combattere con le idee, con la ragione, con i sogni ed il coraggio. Non dobbiamo mollare mai.

Non capite quale vuoto c’è dietro e dentro quello che e’ successo oggi a Milano?

Auto bruciate, negozi distrutti da un vuoto interiore, dal nulla che spiana, spacca, cieco distrugge e non sente ragioni. E’ il pendolo impazzito di questa società che nel vuoto di valori ha trovato il suo moto perpetuo anzi che si amplifica sempre verso nuovi estremismi. Estremismi prima in un verso poi nell’altro, ma non ha senso distinguere se sono di destra o di sinistra.

Sono il vuoto della morte e del nulla e basta.

Noi dobbiamo combattere tutto questo nelle nostre famiglie, con i nostri amici, nel posto di lavoro, nei bar, nella politica e dentro di noi. Prima di tutti dentro di noi.
Ritroviamo i nostri valori, le nostre radici, e difendiamoli prima di tutto e nei confronti di tutti i nemici interni ed esterni. Non abbiate paura di difendere i nostri valori, la nostra civiltà, ma questa difesa non contraddica mai questi stessi valori. Vedo tanti segni di un declino che possiamo e dobbiamo combattere. Ma il vuoto basta riempirlo appena un po’ ed il pendolo inizia ad oscillare di meno e gli estremi non vengono più sfiorati. Noi scioccati , delusi, sfiduciati, smettiamo di lottare perché pensiamo che servano sforzi e sacrifici inumani, impossibili, per cambiare le cose, per evitare quello che pensiamo essere inevitabile.

Ma non è vero. Non è vero.
Basta ricominciare, basta poco e tutto cambia improvvisamente: dobbiamo solo riempire il vuoto, con valori, ideali, idee, ragione, speranze e coraggio di provare a cambiare.

Se non ci fosse questo vuoto in questa nostra società, dopo i disordini di Milano di ieri, avremmo sentito dire dalla sinistra: “ ci rivolgiamo alle persone che hanno creato i disordini di Milano e li invitiamo a non darci i
loro voti, perché noi i voti dei violenti non li vogliamo, non li vogliamo sul serio. Fuori dalle nostre liste i compagni di questi signori ( leggi Caruso)”. La condanna, che c’è stata netta e positiva da parte del
centrosinistra, purtroppo non basta. E dalla destra, se non ci fosse questo assoluto vuoto di valori, non avremmo ascoltato le solite strumentalizzazioni frutto di una demagogia populista un po’ pericolosa,
speriamo per tutti noi non troppo pericolosa (ahimè, come non dare ragione a Diego Della Valle. Io lo contatterei Diego Della Valle, sono sicuro che il nostro pensiero gli piacerebbe).

Questi giorni di raccolta firme mi hanno insegnato più di qualsiasi master perché mi sono accorto che la sfiducia della gente, la non speranza, si può scalfire e sconfiggere. Ma mi sono accorto anche che “le cose di destra” e “le cose di sinistra” non sono altro che un vestito che veste ma non riempie il vuoto di valori. Un vestito che nasconde, ma il vuoto rimane e genera riposte errate: “ma voi vi collocate a destra o a sinistra? “ Come se non fosse importante altro. Ma basta spiegare e molti comprendono.

Ho scritto cose scomode? Sì certo, VivereMilano vuole mettere delle poltrone non troppo comode a palazzo Marino.

Roger
 
Di Roberta Folatti ( 11/03/2006 @ 13:32:14, in Interviste, letto 2889 volte)

Egiziano, musulmano... milanesissimo.

di Roberta Folatti


Amir Khadr ha 28 anni, è in Italia da quando ne aveva sei e può essere citato come esempio di totale e ben riuscita integrazione. Questo non significa affatto che rinneghi le sue radici: è musulmano e questa sua doppia appartenenza lo rende ancora più curioso del mondo e assetato di conoscenza.
Un aspetto assolutamente “occidentale” (ma gli arabi, a suo dire, lo riconoscono), una parlantina fluente (a scuola è sempre stato il più bravo in italiano), Amir ha le idee chiare su molte cose e soprattutto ama confrontarsi, discutere, sviscerare le questioni per tentare di comprenderle a fondo.


Autobiografia
Sono nato in Egitto, ma la mia famiglia si è trasferita in Italia, precisamente in Brianza, quando avevo sei anni. Mi sono sempre sentito accettato, i miei compagni mi dicevano: se i tuoi pagano le tasse, sei uno di noi, ma la dimensione provinciale presto ha cominciato ad andarmi stretta. Vivo a Milano da sette anni, ma ho iniziato a frequentarla molto prima per ragioni scolastiche. Appena trasferito in città sono stato inglobato dal mondo del lavoro e ho quasi subito rinunciato a proseguire l’università. Non ce l’ho fatta a fare tutte e due, io tendo a vivere il presente e non sarei riuscito a sospendere la mia vita per tre o quattro anni, per lavorare e studiare insieme. Il lavoro di programmatore che sto facendo non mi realizza – poche cose ti realizzano nella vita – è stata una cosa abbastanza casuale, durante il boom della new economy ho imparato dal niente una professione. Ma lo considero un lavoro temporaneo, provvisorio.

Milano mon amour
In Italia non riuscirei a vivere in un’altra città, è l’unica che si può elevare al rango di metropoli. Penso che se uno è orientato a un determinato tipo di infrastrutture e dimensioni, non può che vivere a Milano. Certo, se avessi potuto scegliere, credo che sarei andato a vivere a Londra. Ci sono stato per lavoro e l’ho trovata una metropoli cosmopolita, là gli stranieri sono inglesi, in Italia e a Milano sono ancora stranieri. Si tratta anche di momenti storici diversi, qui l’immigrazione è più recente e quindi, per forza di cose, più immatura. Certo a Londra hai la sensazione che gli immigrati, anche quelli arrivati da poco, siano parte integrante della città, forse perchè la città ha perso la sua identità inglese, o perchè non l’ha mia avuta ed è sempre stata un mix, un miscuglio. Comunque in Italia la metropoli è Milano. Milano è lavoro prima di tutto. Se uno vuole lavorare in certi settori, come quello tecnologico, deve stare a Milano.
Qui puoi ordinare la spesa on line, tanto per fare un esempio. Io sono un cittadino tecnologico, odio fare le file, mi hanno persino tagliato un paio di volte il telefono perchè non andavo in posta a pagare le bollette (meno male che avevo l’Adsl!). Ora ho il conto corrente on line, non pago spese bancarie... insomma a Milano tutto questo è possibile.

Spiccato accento milanese
Io non lo noto più! Però in effetti sono una spugna, assorbo gli accenti. Un paio di anni fa sono stato in vacanza in Sicilia, il padrone del posto che ci ospitava dopo due settimane mi fa: ma tu sei di Palermo vero?

Una scelta controcorrente
Vivo da più di un anno senza macchina. Ho fatto la patente quattro anni fa e subito dopo ho acquistato un’auto, ma era uno sforzo economico che in quel momento non potevo permettermi. Così l’ho rivenduta, convinto che appena ripianati i debiti, l’avrei ripresa. Invece... mai stato meglio!!!
Basta stress parcheggio, molte meno spese.
Uso i mezzi che mi permettono di leggere, ho sempre in tasca una rivista, un romanzo o un saggio. Se in certe occasioni mi serve l’auto, c’è il car-sharing. Era un anno che lo aspettavo, ora è arrivato il parcheggio sotto casa mia, ho fatto l’abbonamento e grazie a questo risparmio sull’abbonamento annuale dell’Atm. Con quest’ultimo ho accesso a sconti su teatri, manifestazioni, riviste. Meglio di così!
Certo i mezzi per spostarsi la sera non sono molto sostenibili, ma lì supplisce il car sharing, il radiotaxi e... i passaggi degli amici.
La macchina ti impigrisce, crea dipendenza, finisci per usarla anche per i tragitti più brevi. A Milano si hanno a disposizione una serie di servizi per cui si vive tranquillamente senz’auto. E la cosa fantastica dei mezzi pubblici è che ti liberano due mani e due occhi!

Ticket d’ingresso
All’inizio ritenevo ingiusti e antidemocratici i dazi d’ingresso a Londra. Pensavo: quelli che non hanno un reddito alto non potranno andare in centro. Poi mi sono reso conto che servono politiche che disincentivino l’utilizzo dell’auto. Molte macchine rallentano i mezzi pubblici, quindi se uno vuole usare l’auto in centro è giusto che paghi. Sì alla disincentivazione, quindi, ma occorerebbe trovare un modo che non discrimini in base al reddito.

Meglio le persone dei luoghi
Milano la prendo così com’è, non ci sono cose che non mi piacciono. Mi soddisfa per le sue infrastrutture, per le opportunità che offre. Ma fondamentalmente sono una persona che vive i rapporti a due, i rapporti personali, a prescindere dalla città in cui si trova.
Ciò che rende vivo il posto in cui abiti sono le persone con cui ti relazioni. Man mano che cresci diventi sempre più selettivo, smetti di giudicare il posto perchè sai che sono le persone a fare la differenza. Io punto sulle mie relazioni, non sono il giovane che va nei locali trendy, non mi vesto alla moda, spesso le mie serate le passo in casa a cucinare qualcosa e a parlare con gli amici.
In realtà la maggior parte dei miei coetanei finisce sempre per dare troppo valore al posto, ci sono intere compagnie che fanno il pellegrinaggio da un locale all’altro, giusto per trovare posti nuovi “fighi”. Penso sia vero il luogo comune che dice che a Roma vai in un locale e parli con la gente, mentre a Milano parli con le persone al tuo tavolo... sempre che ci riesci, se la musica non è troppo alta. C’è questa falsa socialità, per cui vai nei posti, spendi molto e non riesci neppure ad avere un dialogo con chi ti sta vicino.
La mia è una critica molto soggettiva, io non mi riconosco in questi valori, e tra l’altro, essendo musulmano, non bevo alcolici quindi ha ancora meno senso per me frequentare i locali. Se ci vado, scelgo posti in cui puoi parlare con le persone, spesso si sta a casa di amici e si cucina, io preparo piatti della mia terra, c’è anche uno scambio gastronomico.
Io il cervello lo spengo poco, per me è più stimolante parlare di politica e cultura che andare in un locale a bere, ballare e a parlare del locale nuovo, ma capisco che molta gente, dopo una giornata di lavoro, abbia voglia (e anche il diritto) di non pensare e di divertirsi.

Le sottili differenze
Secondo me uno dei motivi per cui la gente preferisce non interessarsi di temi cosiddetti alti, cioè di politica, delle questioni del mondo, è perchè è frustrante, perchè tanto non si può incidere su queste cose. Non parlano di politica perchè tanto o "sono tutti uguali" o "sono tutti ladri", non parlano di problemi ambientali perchè individualmente alla fine ti senti impotente. C’è un appiattimento e la gente, in media, non è preparata a cogliere le sottili differenze.

Un blog per approfondire
Il mio blog è nato per parlare di questioni d’attualità e per indignarsi. Mi interesso di geopolitica ed essendo musulmano vivo la questione mediorientale, la guerra in Iraq, la questione energetica con molta passione e conoscenza dei fatti. Mi informo, vado oltre le notizie fornite dalla stampa main stream. All’inizio credevo che i blog fossero solamente dei diari personali e a me di leggere la vita privata degli altri o di raccontare la mia non interessava. Poi casualmente sono entrato nel mondo dei blog politici e alla fine ne ho creato uno, che mi ha permesso anche di conoscere altri blogger. Si parte, più che da interessi simili, da una sensibilità comune.

Questioni di prospettive
C’è una grossa differenza tra gli italiani, e soprattutto i giovani, e gli stranieri immigrati. Gli italiani, e in generale gli occidentali, hanno una percezione del futuro negativa, avvertono il rischio che le cose vadano sempre peggio. Nel nostro paese i cittadini sanno che non avranno una pensione o che, se ce l’avranno, arriverà molto tardi, sanno che il sistema sanitario si privatizzerà o comunque curarsi costerà sempre di più. Queste e molte altre cose impediscono di guardare con speranza al proprio futuro, e di riflesso anche alla propria città.
Per gli stranieri che vivono in Italia e a Milano è diverso. Magari sospendono la propria vita per anni per dedicarsi solamente al lavoro, ma comunque vivono con delle prospettive, investono nel futuro. Avere un traguardo da raggiungere ti dà moltissima forza, sei disposto anche a stare in una stanza con altre otto persone e a fare un lavoro sottopagato.

Giovani italiani privati del futuro
Noi giovani (io mi considero italiano a tutti gli effetti) ci godiamo l’oggi, il futuro ci è sconosciuto e non siamo molto convinti di arrivarci bene. Abbiamo poche speranze, poche prospettive, siamo poco stimolati a fare progetti e, se anche li facessimo, ci mancherebbero le possibilità economiche. Orwell in “1984” a proposito della neolingua dice: Meno parole hai, meno idee sviluppi. E per noi è lo stesso: meno possibilità abbiamo, meno possibilità ci creiamo.
Anche volendo creare qualcosa di nostro, un’eccessiva burocratizzazione e un sistema bancario fossilizzato non ci permetterebbero di trovare finanziamenti. Non c’è la possibilità di sostenere l’onere di un prestito per investire su se stessi o sulla propia idea. I giovani che lo fanno, lo fanno con i soldi della generazione precedente... se ne ha ancora.

Non c’è integrazione senza diritti riconosciuti
Tutti i giorni vedo stranieri che si autoghettizzano o al contrario che diventano troppo individualisti, disconoscendo sia la propria comunità d’origine sia la società in cui si trovano. Però se cè una città italiana che può aprirsi all’integrazione, questa è proprio Milano.
Io sono pessimista perchè ci sono leggi che rendono difficile, se non impossibile, questo risultato. Penso che l’integrazione diventi possibile solo nel momento in cui la dignità della persona viene garantita, a prescindere dal fatto che questa persona sia clandestina o meno.
In Italia ci sono tantissimi stranieri senza permesso di soggiorno, che lavorano e fanno parte del tessuto produttivo. Se il sistema produttivo ha bisogno di una certa forza lavoro, non può esimersi, come paese civile, dal riconoscergli i diritti.
Fino a quando ci saranno lavoratori clandestini, ovvero manodopera a basso costo ricattabile, non ci potrà essere integrazione.

Fantasmi ai margini della società
Gli stanieri clandestini sono destinati a vivere in un mondo ristretto, in case sovraffollate con scarse condizioni igieniche, con poca possibilità di mischiarsi e confrontarsi con i cittadini “riconosciuti”. Vivranno a contatto stretto con la parte più brutta della società italiana, col mondo di chi non rispetta la legge, a partire dai loro datori di lavoro che li ricattano. Vivranno il sottobosco della città e tutto ciò che gli verrà offerto, gli verrà offerto illegalmente. Avranno scarse possibilità di imparare la lingua italiana, passo fondamentale per integrarsi. La questione dell’immigrazione rimarrà difficilmente risolvibile finchè sarà viziata da questo problema.


 
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