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Di Luciano Martinoli ( 26/05/2006 @ 09:30:11, in Nove e Trenta, letto 551 volte)
La parola agli elettori.
Noi candidati abbiamo detto abbastanza, troppo, forse potevamo dire meglio, ma ormai tant'è.
Mi viene spontaneo allora cercare di fare un bilancio, o meglio una sorta di riassunto di questa nostra campagna elettorale.
All'inizio fu... la nostra volontà di candidarci, sollevando un coro di scetticismo. L'eco di quelle voci è ancora nei nostri blog:
"...Gli uomini, ahinoi, tendono a peccare di superbia e così Vivere Milano..."
"...il mio scetticismo (su di noi n.d.r.) non è scemato, anzi ha trovato ulteriori motivazioni su cui poggiare..." "...la lista mi sembra una cordata di professiosti con molte demagogiche velleità e qualche slogan ..."
"...Siamo seri e non qualunquisti per favore..."
e tanto altro ancora.
Tristissime testimonianze di come la politica, anche a Milano una volta motore d'Italia, quella politica che dovrebbe essere pensiero, scelte per la nostra vita quotidiana e futura, è stata "istituzionalizzata": nell'opinione di molti è cosa per altri, per chi è già nella stanza dei bottoni, a dispetto di quanto sancisce la Costituzione e il pensiero comune di vivere in un paese "civile" e democratico.
Gli sberleffi proseguono anche da osservatori esterni, più o meno autorevoli, a sottolineare il subdolo cambiamento di stato avvenuto senza che nessuno se ne accorgesse: da liberi cittadini a sudditi (schiavi?) dei partiti maggiori.
Orrore!
Proseguiamo più motivati, forse più disperati nella nostra allegra follia, ci imbattiamo nei candidati maggiori, personalità "libere e indipendenti".
Col tempo "il galantuomo e la gentildonna" (senza ironia, non fraintendetemi, sono davvero tali) fanno i conti con la vera realtà che, spero per loro, scoprono tardi: facce nuove in prestito per camuffare gli interessi di sempre.Programmini, proclami ad effetto, corse di qua e di là a raccogliere il consenso sul malessere del momento, fino al gran finale di questi giorni, triste replica dell'indecorosa zuffa già ripropostaci dai loro padroni per le elezioni nazionali.
L'indipendenza!
E i sogni? Chi ci propone cose folli, obiettivi ambiziosi, nuovi modi di vedere il mondo per un futuro migliore dove tutti, ma proprio tutti, bimbi, anziani, migranti, extracomunitari, giovani, donne e uomini soli nelle loro difficoltà quotidiane, possano sentire questa città come loro, e starci bene ed essere felici?
"L'uomo al centro" abbiamo detto fin da Febbraio; "anche per noi" si sono affrettati a replicare gli altri, e via con promesse di tram, asili nido, alloggi per studenti, sedi Rai eccetera.
Non un piano organico, un idea. Hanno fatto immaginare l'edificio da costruire mostrando i materiali, non il progetto.
Noi ci abbiamo provato.
Il progetto, o meglio le sue linee guida, sono qui, a pochi click di distanza, coraggiosa testimonianza di un gruppo di persone che crede nella possibilità di una Milano migliore e vuole difendere la libertà dalla sudditanza dei partiti, proponendo le cose che stanno bene a noi cittadini, non a loro.
Indipendenti, liberi di pensiero, votarci è un segnale ai principi ereditari della città, un messaggio chiaro e forte: vogliamo cambiare, e sappiamo anche come farlo!
Vota per noi
 
Di Elena Bertolaso ( 15/05/2006 @ 14:53:44, in Interviste, letto 694 volte)
Angela Vettese, critica d'arte, insegna Storia dell'arte contemporanea presso l'università IUAV di Venezia, dove dal 2001 dirige il Corso di Laurea Specialistica in Arte Visiva della Facoltà Design e Arti. Ha pubblicato numerosi libri e collabora con il Giornale dell'Arte e con l'inserto domenicale de Il Sole 24 Ore.

Come sta Milano secondo lei?
Benissimo.

Se dovesse raccontare Milano a un amico che non la conosce, cosa gli direbbe?
Che è una città civile anche se manca di iniziative culturali di rilievo.

La Milano di oggi e sempre più del prossimo futuro vedrà crescere la presenza di molte culture e popoli diversi: la fermentazione interculturale (rif. a Card. Martini) è un valore? Se sì come realizzarla (a scuola, nei servizi, nel tempo libero, nelle iniziative culturali...), qual è la via milanese al rendere valore questa coesistenza di diversità?
Milano non ha mai avuto problemi ad assorbire il diverso, intendo non come Torino o Treviso. Quasi nessun milanese è milanese e non c'è un forte spirito di appartenenza basato sulle radici genetiche. Questo è l'aspetto che maggiormente aiuta la città a non essere provinciale, anche se ai giovani operatori di borsa piace poter parlare in milanese tra un'espressione anglosassone e l'altra. Mediolanum sa bene come si sta in mezzo a molte terre diverse.

Qual è la Milano che sta emergendo dalle trasformazioni in atto?
Milano sta diventando una città molto tranquilla, molto padana, assimilabile a quelle della Via Emilia da Lodi a Ravenna e dell'asse Torino-Mestre. Non è certo una capitale, purtroppo - quei tempi credo siano perduti per sempre - ma ci si vive con piacere e ha un forte senso della dignità individuale.

Quali sono le aree, i settori su cui Milano deve puntare come città europea e del mondo globalizzato?
Milano non è e non sarà una città europea, nonostante il vantaggio di essere a mezz'ora di treno dal confine. Le aree su cui avrebbe dovuto puntare (ma almeno trent'anni fa - le responsabilità non stanno in giunte o parti politiche recenti) erano la formazione e l'approfondimento nei suoi punti forti; essenzialmente trasformazione degli oggetti secondo forme estetizzanti, che si tratti di mobili vestiti o computer - ma non lo ha fatto. Siamo stati battuti sul tempo anche da città piccole come Anversa, Copenhagen, Oslo, Stoccolma. Il costo della manodopera non ci consentirà più di risalire la china. Nel mio settore, si sta ancora discutendo fare un Centre Pompidou quando a Parigi si sono già realizzati almeno tre anti-pompidou, privati e pubblici, e una vasta rete di musei regionali che ha fatto in tempo a crescere, entrare in crisi e tornare a crescere.

Può suggerire tre cose che farebbe subito per rilanciare la città relativamente al suo settore (teatro, economia, turismo, cultura, cinema...) e gli ostacoli da rimuovere?
Dico solo ciò che farei nel mio settore: pieno restauro della Triennale e messa in moto di questa macchina favolosa, senza bisogno di costruirne altre (non che non ce ne sia bisogno, ma abbiamo dovuto imparare soprattutto negli ultimi cinque anni che noi un museo veramente non lo sappiamo fare o forse non lo vogliamo.

Svuotamento integrale (ne conosco le difficoltà ma i vantaggi sarebbero enormi) di Palazzo Reale per farne una sede espositiva unitaria e articolata al contempo.

Utilizzo a fini espositivi e conservativi di numerose aree de Castello Sforzesco che stanno cadendo a pezzi, vi includo anche l'aggiornamento della Biblioteca del Castello: il patrimonio di libri d'arte contemporanea di cui possiamo disporre per studiare è povero e malamente consultabile. La biblioteca dovrebbe avere un bar vicino e dovrebbe stare aperta fino a mezzanotte: non è impossibile, si vedano modelli come la Querini Stampalia di Venezia.

Come sogna la Milano di domani?
Come quella di oggi. Andrò ad informarmi altrove, come faccio già ora. Qui si sta bene come in un piccolo paese, se ho voglia di stimoli prendo un aereo per il Nord Europa che costa 40 euro e mi porta ovunque in due ore.

Cosa è disposta a impegnarsi a fare per Milano oggi?
Sono disposta a fare di tutto ma nessuno mi chiede niente. Avrei amato svolgere qui qualche cosa di ciò che pratico altrove: dirigo un corso di laurea all'Università Iuav di Venezia, sono presidente della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, da luglio dirigerò la Galleria Civica di Modena, sono membro del comitato scientifico del Museion di Bolzano, a Varese sono consulente di Villa Panza per il FAI, ho scritto testi per i cataloghi di molti musei, per anni ho curato una summer school alla Fondazione Ratti di Como... mi scuso per il piccolo curriculum esibito, ma nessuna proposta simile mi è mai arrivata da Milano. Data l'ipertrofia di impegni altrove non mi sento una vittima, ma uno strano caso. Non sono certo la sola: dal punto di vista lavorativo la città ha espulso tutta la mia generazione di colleghi. Chi è a Torino, chi a Trento, chi a Bergamo, chi a Berlino o a Parigi. Da Milano non mi è mai provenuta alcuna proposta di lavoro serio, non episodico e retribuito. A parte, naturalmente, l'amatissima collaborazione esterna con il Sole 24 Ore Domenica e un contratto con l'Università Bocconi.
 
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